Tokyo Drifter (1966) è un film strano. La casa produttrice (Nikkatsu) ha spremuto il regista Seijun Suzuki per girare in circa 25 giorni e con un budget risicato, un filme che fosse pomozionale per Tetsuya Watari, il protagonista, che non era nemmeno un attore, bensì un cantante. Addirittura, la scena iniziale è girata con una pellicola in bianco e nero che stava per scadere, perché non è che si poteva sprecare.
Sarebbe la ricetta per un disastro. Eppure, il risultato è affascinante e va oltre la recitazione eterea e il montaggio °creativo° che risulta spesso spezzettato. Il film ha scene visivamente pungenti, surreali, con un minimalismo esagerato, e colori vivaci. Con i vari criminali che vestono giacche dai colori sgargianti come in un cartone animato e i colori elevati a simbolismo.
Non è un film per tutti, ma è un grandioso esempio di come nemmeno le più ardue limitazioni possono rovinare un creativo determinato a spremere il massimo dalle circostanze.
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Sarebbe la ricetta per un disastro. Eppure, il risultato è affascinante e va oltre la recitazione eterea e il montaggio °creativo° che risulta spesso spezzettato. Il film ha scene visivamente pungenti, surreali, con un minimalismo esagerato, e colori vivaci. Con i vari criminali che vestono giacche dai colori sgargianti come in un cartone animato e i colori elevati a simbolismo.
Non è un film per tutti, ma è un grandioso esempio di come nemmeno le più ardue limitazioni possono rovinare un creativo determinato a spremere il massimo dalle circostanze.