Ei fu.
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@LaVi @Dunpiteog @ju @matz @floreana
Non accade solo in italiano, ma più o meno in tutte le lingue e dialetti.
Se andassi a Torino e chiamassi la vetrina di un negozio "giuièra" o la matita "criùn", come faceva mia nonna, credo che tra le poche persone rimaste che parlano ancora torinese sarebbero rare quelle che mi capiscono.
A chi volesse un esempio di ibridazione del torinese ("minchia dio fa") consiglio il film "La ragazza di via Millelire", si trova sui tubi.
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@GustavinoBevilacqua i dialetti, così come le ibridazioni dialetto-italiano, dialetto-dialetto, italiano-altra lingua, ci consentirebbero di fare ipotesi, analisi, speculazioni e tooth per decenni!
Grazie per il consiglio ;) @Dunpiteog @ju @matz @floreana -
@LaVi @Dunpiteog @ju @matz @floreana
Ci sono tomi e tomi sulle trasfusioni tra genovese, arabo, turco e persiano!
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@ju attenzione, però. La lingua tende a semplificarsi perché il cervello è pigro e non vuole complicazioni. È lo stesso meccanismo che ci porta a compiere sempre lo stesso tragitto casa-lavoro, o a mangiare sushi il mercoledì, o a rendere "automatici" certi schemi.
Eppure svariati studi hanno dimostrato che nuovi stimoli sono importanti per mantenere le sinapsi attive, stimolarne lo sviluppo e rinforzare le capacità cognitive. Insomma: meglio parlo, meglio parlerò (e penserò) -
@GustavinoBevilacqua @LaVi @Dunpiteog @ju @matz @floreana
> Torinese
> minchiamaledetti polentoni che ci rubano le parolacce
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@LaVi
verissimo!
Credo siamo due cose distinte, anche se collegate: da un lato tutte le lingue tendono ad impoverirsi.
Per esempio il protoindoeuropeo aveva, mi pare, declinazioni di 8 casi e le coniugazioni dei verbi mentre l'inglese che dal protoindoeuropeo deriva, ma ha avuto i suoi motivi storici per (de)volversi rapidamente, non ha sostanzialmente declinazioni e coniugazioni e la comprensione del discorso appoggia quasi interamente sulle particelle (pronomi, ecc...) e sulla posizione del vocabolo all'interno della frase.
D'altro canto l'operazione razionale del conservare la ricchezza linguistica e in qualche modo gestire la trasformazione della lingua (senza volerla cristallizzare in un singolo momento storico) è molto importante sia a livello individuale sia generalmente come lo è sempre la conservazione del patrimonio storico.
@matz @floreana -
@GustavinoBevilacqua
dovrei fare un po' di ricerche, mi risulta che ci siano tutta una serie di vocaboli arabi passati all'italiano credo dal veneziano, che hanno a che fare in origine con la navigazione e sono poi passati anche ad altri usi. Mi viene in mente: arsenale, darsena, magazzino...
(Vado a memoria, potrei dire stupidaggini.)
@LaVi @Dunpiteog @matz @floreana -
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@ju io ricordo *zero* e *cifra*, entrambe derivanti dall'arabo *sifr*, nonché *algebra*, da *jabr*.
Poi, va be', *assassino*, ma questa è un'altra storia...
@GustavinoBevilacqua @Dunpiteog @matz @floreana -
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@ju @floreana @matz @LaVi però che le lingue si semplifichino è una semplificazione basata sul comportamento delle lingue indoeuropee, e che considera solo la flessione delle parole, e non altri fattori come ad esempio la rigidità o meno della struttura della frase (che in inglese è più forte che non in italiano, che a sua volta ha una struttura più rigida del latino, proprio per compensare la perdita di flessione).
In altri casi invece succede il contrario, ad esempio quando un pidgin (che di solito è molto semplificato) diventa una lingua creola tende ad aggiungere complessità
e cercando altri esempi su internet ho trovato che si ipotizza che il Finlandese abbia avuto l'evoluzione opposta, aggiungendo casi e tempi verbali.
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@LaVi @Dunpiteog @floreana @matz @ju però nel corso degli anni abbiamo anche guadagnato vocaboli, sia per indicare concetti che all'epoca non era necessario indicare (programmatore, telefonino) che semplicemente perché c'era un buco nella lingua e lo si è riempito (ad esempio il verbo perplimere) -
@oblomov @GustavinoBevilacqua @Dunpiteog @floreana @matz @ju @LaVi il vero trauma è quando tu tranquillo tranquillo stai passando la dogana e la Guardia di Confine della Confederazione Elvetica, parlando con un collega, sbotta in un “minchia!” -
@LaVi
lo zero in particolare mi pare sia un concetto matematico introdotto proprio dagli arabi (arabi pre Impero Ottomano, credo) che ha cambiato in modo sostanziale un po' tutto il modo di fare i conti. (reitero la fondamentale clausola: potrei dire scemenze).
@GustavinoBevilacqua @Dunpiteog @matz @floreana -
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@ju @GustavinoBevilacqua @Dunpiteog @floreana @matz @LaVi lo zero è complicato :) (dipende da cosa si intende per concetto di zero, e spesso chi scrive articoli divulgativi fa confusione tra sistema posizionale con un segno grafico per indicare l'assenza di una certa quantità, tutto sommato abbastanza diffuso in varie parti del mondo e il concetto matematico di zero come numero, che credo sia nato in India e poi portato in Europa dagli Arabi), però sembra anche a me che la parola sia di origine araba -
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@LaVi@livellosegreto.it @ju@gts.nugole.it @GustavinoBevilacqua@mastodon.cisti.org @Dunpiteog@devianze.city @matz@gts.matteozenatti.net @floreana@poliversity.it "algoritmo" deriva dal nome del tizio che li ha inventati
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