Il talento che mandiamo via
Vorrei iniziare una discussione su un argomento a me molto caro.
Nei Paesi Bassi cresce da tempo il malcontento verso gli studenti internazionali: occupano posti nelle università, cercano case in città già sotto pressione e, quando arrivano dall'UE, una parte della loro formazione viene pagata dallo Stato.
È una preoccupazione comprensibile.
Ma siamo sicuri di stare facendo bene i conti?
Un recente studio del CPB olandese, raccontato da 31mag, arriva ad una conclusione quasi controintuitiva: in media quell'investimento viene recuperato.
Perché uno studente non scompare il giorno della laurea.
Se resta, lavora. Paga imposte. Consuma. Crea relazioni. Porta competenze. Magari apre un'impresa, assume qualcuno o contribuisce alla ricerca.
Ed è qui che secondo me rischiamo un enorme errore prospettico.
Se formi una persona e poi fai di tutto perché se ne vada, non hai risparmiato: hai perso l'investimento.
Negli anni Duemila molti di noi hanno potuto studiare e lavorare in altri Paesi europei. Il Regno Unito era una delle grandi piazze di questa Europa mobile: università piene di italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, greci. Persone diverse che si contaminavano, imparavano lingue, costruivano reti e diventavano più ambiziose.
Poi Brexit ha spezzato buona parte di quel circuito.
E molti studenti europei hanno semplicemente guardato altrove. Anche verso i Paesi Bassi.
Il vero punto, per me, è questo: un'università non dovrebbe preoccuparsi soltanto di formare “i propri”. Dovrebbe cercare di attirare i migliori e, soprattutto, dare loro una ragione per restare.
Perché concentrarsi esclusivamente sui locali può sembrare protezione nel breve periodo, ma significa anche rinunciare proprio a quella parte di giovani più disposta a muoversi, rischiare, imparare e costruire qualcosa.
La diversità non sottrae necessariamente opportunità.
A volte è proprio quella diversità a crearle.
Che ne pensate?
